INTERVISTA A MARCO TROCHELMANN FUJARA PLAYER

Andrea: Ciao Marco, so che hai cominciato giovanissimo a studiare musica, chi ti ha guidato in questa scelta e nel percorso iniziale? 

Marco: Sono nato nel 76 e nell’85 ho iniziato a prendere lezioni di organo, avevo circa dieci anni.

I miei familiari non avevano alcuna nozione di musica, direi che erano più sportivi, praticavano diversi sport a livello agonistico, io semplicemente li seguivo. Il mio interesse principale era però il pianoforte della mia vicina. Fu questa donna, un’insegnante di scuola, a suggerire ai miei genitori di fare qualcosa per non sprecare questo mio interesse e talento dimostrato nelle cose che stavo apprendendo.

 

Così mi iscrissero ad un corso di organo su mia richiesta, ma non volevo fare studi classici, non mi interessava questo genere di musica, volevo essere più “cool”, alla moda e volevo fare musica moderna. Peccato che dopo mi resi conto che erano tutte fesserie e preconcetti sbagliati… ma nessuno me lo aveva mai fatto capire. Quindi cominciai a suonare in una band quando avevo tredici anni, smisi di praticare sport e mi trovai in un ambiente diverso e più stimolante.

Il tempo andava avanti, i ragazzi della band avevano circa cinque anni più di me, io mi sforzavo di crescere ed imparare per stare al loro passo. A diciannove anni provai il pianoforte su suggerimento del tastierista. Abbandonai l’organo per il pianoforte.

Quindi proseguimmo con diversi spettacoli, non solo concerti, ma veri e propri spettacoli che univano arti differenti.

Attualmente mi piace particolarmente approfondire l’home recording e produrre mie composizioni. Questo è ciò che mi da maggiori soddisfazioni e che cerco di fare al meglio.

Andrea: Dal ’96 sembra che qualcosa sia cambiato cominciando nuovi studi. Sembra una scelta importante e consapevole. Eri all’università all’ora. Quali furono gli stimoli per proseguire? Sei sicuro che il musicista sarà la tua professione? 

Marco: Circa due anni prima di trasferirmi a Berlino, ho cominciato ad essere interessato alla new Age e World Music. Ho letto scritti esoterici, iniziato ad esercitarmi nello yoga e la meditazione ed ho avuto esperienze dell’idea del tantra. Ho letto molti libri scritti da Joachim Ernst Behrendt ad altri che parlano di filosofia, spiritualità e musica, ma il mio paese era troppo piccolo per questo genere di cose.

Ho desiderato studiare musica perché ero sicuro che ciò era al centro della mia vita, ma non sapevo se ero sufficientemente bravo. Intuitivamente pensavo di non essere abbastanza bravo da studiare il piano classico (per diventare un concertista) ma neanche da studiare il piano di jazz. Ero interessato ad entrambi. Così tentai di studiare per diventare un insegnante per “Oberstufe” (scuola superiore). I miei genitori erano spaventati dalla mia “carriera” di musicista (nessun soldo, ragazze molte, droghe ed altri problemi! – sorride).

Lavorare come insegnante poteva essere qualcosa da prendere sul serio, c’era la musica, ma era anche un lavoro “normale”.

Così ho dovuto preparare un programma classico e ho imparato molto su musiche differenti, ma non molto circa la spiritualità. C’era molta tecnica e conoscenza ma avevo bisogno anche di altro.

Spesso, all’università avevo la sensazione di essere nel posto sbagliato.; ora provo a fare entrambi: lavorando come musicista componendo, suonando e utilizzando i miei studi di letteratura tedesca.

La situazione economica per i musicisti in Germania non è delle migliori, tuttavia mi piace e me la cavo insegnando a bambini ed adolescenti piuttosto di forzarmi a suonare musica commerciale.

Il mio lavoro con il Fujara è qualcosa di speciale per me, lo considero vera arte. Non mi preoccupo se la gente lo gradisce oppure no. Compongo e suono seguendo principalmente l’istinto.

Quindi, riesco bene a dividere il lato economico dallo strumento, se la mia musica piace e per questo talvolta guadagno di più, ovviamente ringrazio, altrimenti, nessun problema.

Trasferirmi a Berlino è stato impegnativo per me, pochi spazi, rumore e frenesia per una persona abituata alla campagna. La musica ha senza dubbio contribuito a migliorare la mia vita.

Ma, ritornando alla domanda: sono sicuro, la musica è il mio modo di vivere, esercitare un genere di spiritualità. Non sono sicuro di poter diventare un musicista “professionista”, bisognerà vedere se riuscirò a guadagnare abbastanza soldi per vivere. Proverò a scoprirlo, dopo aver finito l’università.

Andrea: Ricordi come hai conosciuto il fujara? E quali sensazioni hai provato al primo ascolto? 

Marco: La prima volta che vidi il flauto Fujara ero in una sala prove con un caro amico, Stefan Graf von Bothmer. Ad un certo punto, durante la registrazione, mi accorsi di una specie di tubo appoggiato ad un angolo della sala. Sembrava essere un didjeridoo, ma quando mi avvicinai vidi che si trattava di un flauto. Ne io ne il mio amico sapevamo da quale paese provenisse. Non potei resistere, lo provai e rimasi letteralmente senza parole; fu come un brivido di freddo che mi scendeva dalla schiena e che mi toccò il cuore. Me ne innamorai. Così, oggi ho la registrazione del mio primissimo contatto con lo strumento. Ovviamente non è una magnifica registrazione; però, dato che è uno strumento semplice da suonare, se segui le istruzioni che lo strumento stesso da, è possibile eseguire qualcosa già da subito. La cosa difficile nel fujara è la precisione con cui arrivare ed eseguire gli armonici superiori che lo strumento emette. Credo che questa sensazione sia la stessa che possono aver provato molti suonatori di didjeridoo. Quindi chiesi se potevo averla in prestito e, al momento di consegnarlo, mi dissero che avrei potuto tenerlo. Molti potrebbero ricamarci sopra strane storie riguardo al destino… cose che non fanno assolutamente parte del mio modo di pensare ma questo è stato il mio personale “miracolo”. Mi ha cambiato di molto la vita.

Andrea: Quale fu la scintilla che ti fece pensare di sfruttare il fujara come strumento principale? La tua musica è molto distante dalla musica tradizionale, teso al contemporaneo ed alla sperimentazione. Potresti esprimere il tuo punto di vista? 

Marco: Quando cominciai a pensare di registrare il mio primo CD fu dopo almeno 5 anni passati a suonare senza stress o pressioni alcune, cercavo di ascoltare e suonare questo strumento in base alle sue possibilità e senza curarmi troppo dei “Grandi Maestri” tradizionali. Iniziai a trasferire tutte le mie conoscenze in ambito musicale su questo strumento.

Quindi iniziai a registrare senza fretta e quando fu finito ero soddisfatto del mio “Ton-Miniaturen”, lo produssi ed ebbi un sacco di riscontri positivi. Dal lato economico non mi ha portato quasi nulla, però è stato la chiave per aprire molte porte, per fare nuove conoscenze e organizzare alcuni concerti. Quindi… sono diventato un suonatore di fujara e, per essere onesto: credo ci siano abbastanza persone al mondo che suonano il pianoforte.

Ovviamente continuo a suonare piano, percussioni ed altri strumenti, ma preferisco definirmi un “fujarista”.

In questi ultimi anni c’è stata una grande rivoluzione, oggi maggiormente, rispetto ai decenni passati, qualsiasi suono potrebbe essere una fonte per creare musica.

La convinzione che un flauto debba sempre avere suoni soffici e delicati è un cattivo clichè, un flauto può emettere molti più suoni di quelli conosciuti, a volte anche percussivi, specialmente col fujara.

Questo vuol dire avere la possibilità di creare brani più ascoltabili, vari e con accostamenti e variazioni di toni robusti e melodie delicate.

Andrea: In seguito sei andato in Slovacchia per riscoprire le tradizioni, i modi di fare e soprattutto la musica del paese. Quale fu il riscontro dei maestri di fujara e come fu la loro accoglienza? 

Marco: Non rimasi la molto tempo, solo sette giorni. Andai in compagnia anche di un amico che se la cavava con il russo, parlare fu molto difficile. Andammo in giro per alcuni folk festival e da alcuni costruttori; incontrai Tibor Koblicek, Dusan Holik e Pavol Smutny.

Tibor non sembrava molto interessato, direi che aveva più interesse verso la mia ragazza.

Dusan sembrava malato in quel periodo, ma è stato ugualmente gentile. Pavol invece si è dimostrato molto attento, mi ha spiegato moltissime cose, abbiamo suonato insieme, mi permise ad indossare i vestiti tradizionali da pastore, bevemmo un fortissimo liquore e ci divertimmo un sacco. Tomas Kovac invece lo persi perché era via in quei giorni.

Non so se loro fossero interessati o meno al mio “nuovo stile”. Comunque il prossimo anno o nel 2008 vorrei suonare a Bratislava. Sono ancora in contatto con Pavol via email e sono felicemente sorpreso del rapporto che si è instaurato.

 

Andrea: Bene, nelle passate domande ci hai già parlato del CD intitolato “Ton-Miniaturen”. In seguito hai composto “Maveya”, avresti il piacere di presentarlo? 

Marco: Trovai lavoro per una compagnia di materassi ad acqua, avrei dovuto comporre della musica per loro. L’idea che ebbi era quella di unire tutti gli strumenti che conoscevo e che sapevo suonare, a cui si aggiunsero altre collaborazioni. Cercai di accostare i vari strumenti e fare in modo che fossero tutti intonati e che si sposassero bene gli uni agli altri. Feci un sacco di campionature, prove di registrazione, bozzetti; la maggior parte furono scartati. Infine questo progetto si trasformò in qualcosa di molto più di un lavoro commerciale. Realizzai addirittura due versioni; una per questa azienda e un’altra per mio amico, Martin Becker, scrittore tedesco che apprezzò molto e scrisse dei testi sulle musiche.

Fu affascinante per me poter accostare così tanti e diversi strumenti provenienti da posti lontani, tra cui: archi, tampura ed un flauto moldavo (Traccia 6: Fahrt nach Zuhaus)

Oppure scacciapensieri, Fujara, organo Hammond e percussioni (traccia 3 Givelè).

Più info: Marco Trochelmann www.tonfinder.de 

Andrea Ferroni www.andreaferroni.it