FESTIVAL “SON DEL AIRE 2008”

Ieri sera si è concluso il primo festival “Son del Aire”, ovvero “una finestra aperta sulla musica del mondo in Castilla; (www.valladolidwebmusical.org/festivales/sondelaire/ ). E’ una nuova iniziativa di questa regione spagnola, per la conoscenza e l’intercambio tra le musiche tradizionali e contemporanee. Dieci gruppi internazionali si sono dati il cambio per sei giorni su quattro città della regione: Burgos, Le Valladolid, e

Zamora. Per l’Italia c’erano i Fratelli Mancuso (per la musica mediterranea) e Enrico Rava e Stefano Bollani (per il jazz). Come tutti gli incentivi culturali da queste parti, gli ingressi erano chiaramente gratuiti. Ho seguito le serate qui a Burgos, aperte nel Monastero di San Juan (o meglio, di quel che ne rimane), precisamente nella sua Sala Capitolare, uno scenario piuttosto … incisivo!

Iniziano la prima sera i Trigonjazz, moldavi, incredibile mescolanza geniale e tecnica di un pianista jazz, un flautista decisamente polivalente (sassofonista rinvestito negli strumenti tradizionali, vedi la serie di Kaval delle regioni orientali), e un batterista energico, guidati da un violino incredibilmente zingaro, potente, e grintoso ( www.trigonjazz.com ). Mischiano il jazz con la musica dell’est, le influenze arabe, il tutto sempre portando allo stremo la tecnica e la fantasia. Seguono gli Ensemble Draj, tedeschi, una voce studiata, morbida, e controllata, una fisarmonica totale, ma soprattutto un violoncello assoluto, inverosimile, la velocità, la poesia, l’estro, insieme per raccontare le canzoni e le storie del ghetto ( www.draj.de ). E’ poi il turno di Ajvar & Sterz, lei bosniaca, una voce potente e calma allo stesso tempo, lui geniale, austriaco, con la sua ghironda ( http://matthias.loibner.net ; http://www.mirkovic-dero.com ), solo voce e ghironda, sufficiente a dare il massimo, la musica del Balcani mista alle tradizioni mitteleuropee, e molta allegria. La quarta serata è dedicata al progetto Tangentes, jazz sperimentale, d’improvvisazione, a mio avviso senza particolari novità, una proposta professionale ma decisamente molto (troppo) standard ( http://www.sociedadsonora.com/abravo.html ). La serata successiva invece presenta un concentrato di energia e genio, musica e cultura, sensazioni incredibilmente disegnate con la tecnica e con il suono. Il francese Renaud Garc Fons inserisce il suo contrabbasso a 5 corde tra una chitarra classica e un percussionista d’eccezione, mischiando l’oriente, il flamenco, proponendo tecniche percussive sul contrabbasso suonato spesso con l’arco ( http://www.renaudgarciafons.com ). L’ultimo appuntamento è con El Pano Moruno: flamenco da camera ( http://www.jaimebasulto.net ). Archi e chitarre classiche strutturati su un percussionista incredibile e su un cajon impressionante, energia pura, una forza spontanea e straordinariamente precisa, unisoni totali, un’impostazione classica nel flamenco con sonorità dell’Europa orientale, in una definizione ritmica sconcertante.

La numerosità degli eventi relazionati con la musica etnica, e questo livello di preparazione internazionale, ci suggeriscono che stiamo in piena transizione. In primo luogo, la musica etnica offre chiaramente in questo momento il massimo dell’espressione artistica sonora. La possibilità da un lato di scoprire nuove formule e combinazioni musicali indipendentemente dai confini geografici, dall’altro di riscoprire ragioni e sensazioni di culture precedenti a quelle tecnologiche e industriali. Questo vale non solo per l’intorno emozionale alla base di ogni produzione artistica, ma anche per quello “fisico”: gli strumenti. Una volta ridimensionate le barriere geografiche, a parte l’incredibile gamma di modi e sensazioni nuove da poter integrare si scopre anche un universo di tecniche e di strumentazioni, pronte ad essere apprezzate per quel che sono, o per quello che possono diventare una volta introdotte in un contesto più ampio. Ma il secondo aspetto riguarda la tecnica, nel senso di studio. Dopo una prima fase “spontanea” e legittima di rivalutazione della musica etnica, centrata sulla riscoperta naive di elementi nuovi, stiamo ora assistendo ad una organizzazione molto più strutturata e razionale di queste possibilità. L’ambiente musicale sta investendo le sue energie migliori, più raffinate, nella musica etnica. Le elezioni che fino a ieri trovavano espressione impegnata nel jazz o nella musica classica stanno adesso trovando nella musica etnica uno sfogo libero ma ordinato. E la tecnica è condizione sine qua non. Come sempre, non è garanzia. Ma è condizione necessaria alla produzione di una struttura sufficientemente complessa da riuscire a organizzare culture e sensazioni differenti, incanalandole in quelle sonorità che riescono a darci sensazioni così forti. L’impegno, lo studio, la dedizione, l’approfondimento culturale, lo sviluppo di un livello tecnico che liberi dai vincoli fisici dello strumento, diventano adesso assolutamente necessari per passare ad una fase di produzione musicale etnica davvero creativa.

Emiliano Bruner http://www.emilianobruner.it

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