INTERVISTA A MARTIN O’LOUGHLIN

Come conclusione di questo vibro-viaggio, dopo aver intervistato i principali artisti della scena italiana, ci fermiamo a Gorizia da Martin O’Loughlin suonatore australiano trapiantato nel Nord Est Italia. Martin inizia a suonare il didgeridoo nel 1994, la sua formazione iniziale (dopo una breve incontro con David Blanasi) è prevalentemente autodidatta e si completa successivamente grazie agli incontri con importanti maestri aborigeni (il piu’ conosciuto tra i quali Djalu’ Gurruwiwi). Attraverso tali incontri, avvenuti anche nel loro territorio di origine, Arnhem Land ( North-Est Autralia), ha occasione di imparare la cultura, l’origine e i suoni dell’yirdaki. Naturalmente il suo stile è fortemente influenzato da questi contatti; la sua musica, tuttavia, cerca sempre sperimentazioni e mantiene uno stile compositivo ben distinto da quello tradizionale. Si esibisce come

solista di didgeridoo e tuba e con vari gruppi tra i quali “ATMA”, “Arbura” e da un paio di anni con il gruppo “Toma”. Dal 2003 è anche organizzatore di uno dei raduni a costi contenuti meglio riusciti ed apprezzati, il raduno di Joannis, che ha visto fino ad oggi un grande afflusso di suonatori professionisti e di semplici appassionati. 

Vincenzo:Ciao Martin, sono molto contento di poterti fare questa intervista, purtroppo non ho mai avuto occasione di incontrarti personalmente e questo è comunque un modo per conoscerci meglio. 

Martin:Grazie Vincenzo per questa intervista e spero di conoscerti anche di persona al più presto.

Vincenzo: Sicuramente fondamentale per il tuo percorso musicale ed umano è stato l’incontro con vari maestri aborigeni come David Blanasi e Djalu’ Gurruwiwi, anche nelle zona di Nord-Est Arnhem Land. Che cosa ti ha affascinato maggiormente della popolazione Yolngu? 

Martin:Per me, che sono nato e cresciuto in Australia, gli aborigeni mi hanno affascinato fin da piccolo. In casa avevamo vari libri che parlavano delle diverse culture aborigene e vicino a casa mia si trovavano tanti posti di importanza per gli aborigeni locali. Il nome della mia città, Geelong, viene dalla lingua degli Wautharong, indigeni di quella zona, e significa “terra” o “scogli”.

I Yolngu, popolo aborigeno proveniente dalla zona di Nord-Est Arnhem Land, hanno un fascino

particolare per i suonatori di didgeridoo essendo custodi del yidaki, un tipo di didgeridoo delle caratteristiche particolari che viene suonato con una tecnica molto elaborata.

La prima volta che i Yolngu sono diventati per me qualcosa di reale e di grande interesse è stato quando ascoltai l’album “Homeland Movement” dei Yothu Yindi in 1988. In particolare il suono dell’ yidaki era stupefacente e mi venne subito una grande voglia di imparare come produrre quel suono. Dopo avere incontrato prima David Blanasi (che è Mayali – un gruppo aborigeno che proviene dall’ ovest e sud di Arnhem land) e poi gli Yolngu (che provengono invece dal Nord-Est di Arnhem Land) devo dire che la cosa che trovo più affascinante è la loro naturale disponibilità, sensibilità e curiosità ed anche la loro grande spontaneità. Quando stai insieme a loro senti che questa natura è in gran parte dovuta al loro forte legame con la terra in cui vivono, un legame che si sente molto di meno nella nostra società occidentale..

Vincenzo: Nell’anno 2009 Djalu’ Gurruwiwi fu presente per la prima volta in Italia al festival didjin’oz; io ebbi la fortuna di esserci e devo dire che fu molto entusiasmante. Hai qualche aneddoto da raccontare accaduto durante la sua permanenza in Italia? 

Martin:Avrai notato che Djalu’, come gli altri membri della sua famiglia presenti per esempio al Didjinoz Festival, è di una grandissima modestia, genuinità e semplicità e questi aspetti del suo carattere mi sorprendono sempre. Un aneddoto particolare è collegato al fatto che quando Djalu’ fa un lezioni esegue un suo rituale personale: indirizzare il suono sulla pancia degli allievi. E’ un rituale semplice però dal suo punto di vista ha un grande significato. Spesso lui trova che gli occidentali hanno dei blocchi e non riescono a fare risuonare bene lo strumento. Così, suonando sulla pancia, aiuta a sbloccare, facendo sentire la potenza con cui lui stesso suona. Continuando la lezione spesso si sentono dei miglioramenti significativi nel suono che producono gli allievi – com’è successo con qualche allievo a Forlimpopoli nel 2009 durante i suoi workshop. L’altra cosa particolare e molto divertente di questo rituale è che, subito dopo, chiede con grande interesse ad ogni allievo che sensazione ha provato ed è sempre contento e sorridente nel sentire le risposte.

Vincenzo: “La musica è un mezzo di espressione e il suono è il veicolo”. Com’è cambiato negli anni il rapporto tra musica tradizionale e pubblico? 

Martin:Da quando ho cominciato a suonare ad oggi ci sono stati vari cambiamenti sia nell’apprezzamento della musica tradizionale sia nella voglia, da parte dei suonatori di didgeridoo, di imparare a suonare con tecniche tradizionali. Nonostante questo, ancora oggi l’ascolto della musica tradizionale è rimasto molto di nicchia e credo che rimarrà così.

Per suonatori di didgeridoo che vogliono imparare delle tecniche di yidaki ora è molto più semplice rispetto 15 anni fa. Ci sono vari cd didattici: “Djalu teaches vol I. and II”, “Hard Tongue Didgeridoo” e poi il CD di Jeremy Cloake “Balanda Yidaki Dhukarr”. Inoltre, grazie a sforzi in particolare di persone come Guan Lim (il canale youtube di ididjaustralia è un grande regalo a tutti coloro che vogliono sentire e vedere suonatori Yolngu di yidaki), Jeremy Cloake (che è riuscito a portare Djalu’ Gurruwiwi in Europa ed in particolare in Italia per didjinoz) e Randin Graves (il lavoro suo a Buku Larnngay, seguendo quello di Jeremy Cloake, ha portato alla creazione del sito web Yidakiwuy Dhawu Miwatjngurunydja che contiene uno studio approfondito dell’yidaki ed il suo contesto culturale), possiamo cominciare ad intraprendere con meno fatica la strada delle yidaki e le tecniche dei Yolngu.

Per chi vuole sentire un pò di musica tradizionale come ottimi punti di partenza, anche per chi ascolta sempre musica occidentale, consiglierei qualsiasi cd di Yothu Yindi, il cd recente di Geoffrey Gurrumul Yunupingu, The Saltwater Band, Nabarlek e se riuscite a trovarlo The Warumpi Band con il grande cantautore “George Rrurrambu” (1957-2007).

Vincenzo: Suoni anche la tuba, strumento che per alcuni aspetti è molto simile al didgeridoo. Quali caratteristiche differenzia tali strumenti? 

Martin:La tuba è il basso dell’orchestra ed è fondamentalmente uno strumento melodico. Il suonatore di tuba, com’è per tutti gli strumenti di ottone, deve produrre una nota sempre pulita, nel senso che il timbro non deve cambiare durante l’esecuzione di un brano. La musica creata con la tuba è basata

sulle melodie e sulla ritmica. Per quello che riguarda il didgeridoo invece, le modulazioni timbriche sono le caratteristiche più note ed importanti, insieme alla struttura ritmica. La differenza strutturale più importante tra i due strumenti si trova nel bocchino – sono di diametro molto simili però il bocchino del didgeridoo è cilindrico mentre quello della tuba ha la forma di una tazza di caffè con in fondo un buco di diametro 10mm. Questa forma particolare, insieme con il lunghissimo tubo quasi perfettamente conico, aiuta il suonatore a mantenere un suono pulito diventando responsabile per l’accordatura dei overtone che formano una serie armonica precisa.

Nonostante questo, tutte le tecniche che vengono utilizzati nel suonare il didgeridoo possono essere adattate alla tuba con dei risultati molto interessanti, ed è essenzialmente questo quello che faccio quando suono la tuba nei concerti.

Vincenzo: Al momento suoni con la tua band Toma, il vostro genere si può definire etno-sperimentale, com’è nato il gruppo? E come ti sei avvicinato a questo genere musicale? 

Martin:Toma è nato dalle ceneri del gruppo Arbura con cui suonavo precedentemente. Il genere musicale di Arbura era elettro-acustico-psichedelico e Toma mantiene questo filone. In generale però la nostra musica, se si può dare un’ettichetta, è etno-tribal. Siamo sempre alla ricerca di una musica molto personale che parla direttamente agli ascoltatori, ma senza cercare un vero genere-etichetta. Tra i tre musicisti di Toma abbiamo una preparazione che spazia dalla classica, al conservatorio, dal jazz, alla musica latina, dalla psichedelica degli anni ’70, al reggae e alla musica punk/rock. Abbiamo suonato insieme in varie formazioni nel corso degli ultimi 10 anni e trovo la musica di Toma essere una matura espressione delle nostre esperienza e viaggi musicali.

Vincenzo: Dal 2003 organizzi il raduno a Joannis. Su quel palco si sono esibiti moltissimi artisti e appassionati. 

Oltre alla passione quali elementi consideri importanti per organizzare un raduno di successo? 

Martin:La cosa più importante di tutto è credere in quello che si fa e avere collaboratori validi e dedicati. Per il raduno di Joannis sono molto fortunato ad avere incontrato Angela, la padrona dell’agriturismo dove si tiene il raduno, senza di lei sarebbe stato quasi impossibile organizzare questi eventi.

Il raduno ha avuto luogo almeno una volta all’anno dal 2003. Qualche volta nei primi anni ci sono state anche pochissime persone presenti, pero’ la festa l’abbiamo fatta sempre. Ci sono

state più di un’ edizione veramente memorabili per il calore della atmosfera festiva creata.

Questo raduno è stato ideato per creare uno spazio in cui tutti i suonatori, professionisti, principianti e persone dedicate allo studio del didgeridoo, possono suonare la loro musica davanti ad un pubblico interessato e dove tutti possono condividere la loro sapienza ed esperienza, organizzando anche dei workshop o conference. Confidiamo nella voglia di condividere esperienze tra suonatori di tutti livelli e la voglia di suonare la propria musica davanti un pubblico interessato e partecipante. Questo spirito di condivisione ci ha portato ad avere sempre dei raduni interessanti e qualche volta abbiamo creato un mix esplosivo di grande festa, con tutti che suonavano e ballavano fine a notte fonda!

Vincenzo: Dal 2009 hai aperto un blog dove spieghi i tuoi progetti, come è nata l’idea dell’opendidge? E come si è evoluto in questi anni? 

Martin:L’open didge è nato da un lungo tragitto di sperimentazione che ha avuto inizio quando ho cominciato a suonare il didgeridoo. La voglia di sperimentare l’ho avuta da sempre (sono di professione un professore di fisica) e dato che l’equazioni che governano le risonanze di tubi sono bene conosciute e semplici da capire, era naturale che un pò del mio tempo libero lo dedicassi a pormi domande sulla forma del didge e sui modelli dell’acustica del didge.

La parte del didgeridoo più importante per il suono è il bocchino ed il primo tratto del tubo. Ho sperimentato molto con una grande varietà di forme tra quello della tuba e quelle che si possono trovare sui vari tipi di didgeridoo. Un altro stimolo molto importante per questa ricerca era il desiderio di amplificare il suono direttamente dal bocchino – un desiderio nato durante le prove con Arbura dovuto alla necessità di avere un volume di suono che poteva competere con chitarra elettrica e batteria senza problemi di rientro (feedback).

Il lavoro sul blog è stato fermo per un pò di tempo perché ero bloccato a causa di una seria di problemi tecnici di costruzione oramai risolti. Lo strumento in se adesso si è cristalizzato in due modelli particolari: uno è l’electric medusa e l’altro è un tipo di ibrido didge – opendidge con pickup piezoelettrico di cui scriverò più a lungo sul mio blog nel prossimo futuro. Ho dedicato anche parecchio tempo a capire il modo migliore per aggiungere delle valvole. I concetti principali del opendidge sono il bocchino (insieme con pickup piezoelettrico) con due o più tubi che escono da se. La sua forma è cambiata parecchio e sta ancora cambiando, ma il motivo di queste mutazioni ora è dovuto alla ricerca di una forma ergonomicamente addatta alle esigenze del suonatore (in particolare il collocamento dei fori per cambiare nota). Più che uno strumento finale, vedo una struttura modulare, nel senso che ci saranno dei vari componenti – tubi, valvole, coulisse per accordare etc.. che possono essere configurati secondo il desiderio del suonatore.

Durante lo sviluppo di questi nuovi strumenti “ibridi” ho sempre voluto poterli costruire usando materiali facilmente reperibili – l’idea “opendidge” era anche nata dal progetto di “open source” nel senso che, reso pubblico i principi, tutti possono creare degli strumenti e sperimentare con i suoni che si possono produrre. Così, a parte il bocchino in legno, il resto consiste di tubi di plastica di irrigazione, di termoidraulica e quelli per i cavi elettrici. La valvola viene da una sistema di irrigazione ed il pickup piezo elettrico è facilmente reperibile per un paio di euro.

Vincenzo: Per chi suona live è fondamentale l’utilizzo di un buon microfono; nei tuoi esperimenti ne hai utilizzati molti anche particolari come i piezoelettrici. In base alla tua esperienza personale quali sono i migliori da utilizzare con il didgeridoo? 

Martin:Questo dipende tantissimo sulla situazione live. Per il didgeridoo, anche sul palco, un buon

condensatore di diaframma piccolo è la cosa migliore. Con altri strumenti, amplificatori etc.., diventa più complicato in particolare a causa di problemi di feedback (rientro del suono dal amplificatore nel microfono) e in questi casi si deve andare verso un microfono dinamico – Shure SM57 funziona sempre discretamente bene. Da un paio di anni quando suono dal vivo uso un Rode M3, che è un electret condensatore, e mi trovo molto bene con questo microfono.

In una situazione live con gruppo rock (come per gli Arbura) con chittara elettrica, basso e batteria ho trovato che un microfono posizionato alla campana del didge non è mai sufficiente per fare uscire bene il suono. In questi casi, per supplementare il suono “acustico” del microfono alla campana, applico anche un piezo (come per la medusa) sul bocchino – come spiegato in più dettaglio sul mio blog – opendidge.wordpress.com

Vincenzo: Progetti futuri? 

Martin:Con il gruppo Toma abbiamo appena finito un demo e adesso stiamo preparando i brani per un disco completo. Poi da un po’ di tempo sto preparando un CD solistico con pezzi che utilizzano yidaki, didgeridoo, medusa, opendidge, tuba e voce. Voglio continuare a fare evolvere

la medusa e l’opendidge project, fino ad arrivare ad un prototipo da mettere in produzione – sempre al livello artigianale.

Ti ringrazio per la disponibilità e spero di poterti incontrare presto di persona magari proprio al tuo raduno a Joannis.

Per approfondimenti: http://www.fluiditj.com – http://opendidge.wordpress.com – http://www.soundcloud.com/tomaband

 

Vincenzo Sturla

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