INTERVISTA AI TUPA RUJA

Per la prossima intervista ci spostiamo a Roma da Fabio Gagliardi. Il suo percorso musicale ha inizio nel 1999, anno in cui ha il primo contatto con il didgeridoo. Partecipa ad alcune trasmissioni televisive “Domenica in “,”La fabbrica della musica”; realizza la colonna sonora per un cortometraggio vincitore della 2° edizione del festival” Periferie del mondo” e si esibisce in importanti manifestazioni. Insieme a Martina Lupi – voce, che creano atmosfere di altri tempi dalle sonorità antiche. Insieme hanno inciso il cd” Terra mi chiami”. 

La passione lo porta ad approfondire oltre alla musica etnica (percussioni africane) anche il canto armonico e lo schiacciapensieri. Attualmente vive a Roma dove tiene stage e spettacoli. 

Vincenzo: Ciao Fabio: 

Come hai conosciuto il didgeridoo e che cosa è cambiato nella tua vita da allora? 

Fabio: Ciao Vincenzo!

La prima volta che ho visto un didjeridoo è stato sui monti sopra Genova.

Un ragazzo lo suonava, mentre alcuni studenti di kung fu eseguivano una forma di tai chi.

Ti puoi immaginare che il suono del didjeridoo nel bosco accompagnato da quei movimenti lenti e aggraziati ha creato una sorta di magia che mi ha letteralmente ipnotizzato. Ho sentito un forte desiderio, quasi una necessità di avvicinarmi a quello strumento ed imparare a emettere quel suono che tanto mi aveva attirato.

Posso dirti in totale sincerità che il didjeridoo mi ha cambiato la vita; mi sono trasferito a Roma grazie ad esso ed è sempre grazie al didjeridoo che ho fatto alcuni tra gli incontri più importanti della mia vita, primo tra tutti quello con Martina Lupi, mia compagna di musica e da qualche mese mia moglie!

Vincenzo: Ti sei trasferito da Genova a Roma, da un punto di vista etnico-musicale come trovi le due città? 

Fabio: Vedo Genova e Roma come due città apparentemente opposte, ma unite da una grande energia.

Negli ultimi anni a Genova c’è stata una fortissima immigrazione, che ha permesso alla città di arricchirsi da un punto di vista culturale e quindi musicale; ci sono sempre più giovani che iniziano a studiare percussioni afro cubane, arabe e africane, dando vita a nuovi gruppi che si stanno espandendo nel “sottobosco” genovese. Non dimentichiamo inoltre che da diversi anni a Genova in estate si tiene il Festival Musicale del Mediterraneo, che è uno tra i più importanti eventi etnico musicali di tutta Italia.

Roma d’altro canto oltre alla sua multiculturalità offre una gamma di opportunità molto più ampia per chi fa musica: molti più locali dove potersi esibire, tantissime manifestazioni dove poter ascoltare dell’ottima musica etnica, come ad esempio i concerti che si tengono a villa Ada in estate ed un turismo presente tutto l’anno, che per chi come noi suona anche in strada, certamente non guasta.

Vincenzo: Hai scritto un libro didattico “ Metodo di didjeridu”, quale è stato il tuo metodo di studio e quali sono gli artisti che più ti hanno influenzato? 

Fabio: Sul dorso del “metodo di didjeridu” ho scritto una frase che a mio parere racchiude il segreto per chiunque voglia imparare a suonare un qualsiasi strumento musicale: ”un filo sottile lega la dedizione all’ottenimento del risultato”.

Il mio metodo di studio è stato principalmente quello di trascorrere svariate ore al giorno suonando il didjeridoo, cercando di non imitare altri suonatori, ma lasciandomi libero di sperimentare e aperto a trovare suoni “diversi”. Ho cercato poi di applicare sul didjeridoo tecniche di solfeggio indiano, canto armonico ed esercizi ritmici presi dallo studio sulle percussioni. Il bello di questo strumento è infatti non rinchiudersi dentro una tecnica o uno stile, ma mettere in gioco la propria fantasia e scoprire quanto possano essere variegati i suoni prodotti da un tronco cavo.

Gli artisti che maggiormente apprezzo e che amo di più ascoltare nell’ambito del didjeridoo sono sicuramente Ondrej Smeykal e Simon Mullumby, ma parlando più ampiamente di musica etnica sono stato folgorato da Zakir Hussain ed il progetto che porta avanti con John McLaughlin (Shakti) e dagli “Huun Huur Tu” sopra tutti gli altri.

Vincenzo: Oggi si possono trovare strumenti in svariati materiali (tralasciando l’ yidaki australiano) dal legno al vetro, dalla plastica alla canapa; tu che materiale preferisci e che caratteristiche deve avere un didgeridoo per essere un buon strumento? 

Fabio: Ogni didjeridoo ha delle peculiarità che possono risultare interessanti. Mi è capitato di suonare con didjeridoo che non potevano essere considerati buoni strumenti (forse non potevano proprio essere considerati strumenti), ma proprio per questo avevano un suono talmente particolare che sono riuscito ad ottenere risultati del tutto inaspettati.

Generalmente comunque prediligo strumenti in legno (non per forza originali) che abbiano una buona back pressure ed un’imboccatura non troppo larga e senza cera.

Suono spesso anche didjeridoo in vetroresina ed il didjeribone soprattutto per creare melodie con gli effetti tromba.

Vincenzo: Quali sono le tue tonalità preferite? 

Fabio: Creando pezzi insieme a Martina, scegliamo le note dei didjeridoo in base alle esigenze del pezzo.

Solitamente scegliamo strumenti dalle note non troppo acute.

Vincenzo: Tupa ruja è il nome del duo formato da te e Martina Lupi, questa collaborazione ti ha portato all’incisione di un cd “Terra mi chiami”, 12 tracce con testi in italiano, potreste parlare di questo lavoro? E da dove nasce il vostro nome? 

Fabio: Il cd “Terra Mi Chiami” è un ritorno all’essenza della musica. L’unione di due tra gli strumenti più antichi al mondo: la voce ed il didjeridoo. La prima svolge un ruolo fondamentale, essendo spesso l’unico strumento melodico, il secondo assume il ruolo che solitamente sono di basso e batteria.

Voglio sottolineare la fortuna che ho avuto incontrando Martina, la quale canta senza alcun appoggio di altri strumenti melodici, riuscendo a scrivere canzoni con testi e melodie inedite, solo sul didjeridoo. Il fatto di utilizzare testi in italiano ci permette di raggiungere un pubblico più vasto e soprattutto ci fa esprimere senza perdere il contatto con le nostre radici.

Il nome “TupaRuja” significa “Tana Rossa” (che tra l’altro è il titolo della prima canzone che abbiamo composto ed è la traccia numero 2 del cd) e deriva da un dialetto sardo.

Tutte le tracce del disco hanno una storia a sé e spesso sono presenti vere e proprie sperimentazioni, come il solo di didjeridoo “cartoon”, dove in un minuto e mezzo circa suono con tecniche abbastanza particolari, o come la canzone “Fiamma”, che unisce al suono del pianoforte di Martina, un testo molto intenso da lei cantato e composto, accompagnato nella seconda parte da effetti tromba al didjeribone.

Fare questo cd è stato un vero e proprio viaggio, sia dentro la musica, che dentro noi stessi. Sicuramente un’esperienza bellissima.

Vincenzo: Sul vostro sito si legge questa frase che mi ha molto colpito: 

“Chi ha la fortuna di poter comunicare la propria passione attraverso un’arte, qualunque essa sia, deve farlo sempre trasmettendo con sincerità quello che ha dentro, non raccontando ciò che il resto del mondo vorrebbe sentir dire, ma raccontando quel che realmente ha da dire”. 

pensi di esserci riuscito fino a questo momento della tua carriera? 

Fabio: La musica che oggi giorno ci viene propinata dalle radio o dalla televisione ha il solo fine di vendere più dischi possibile, rimbambendoci con ritornelli ridondanti e musiche create apposta per rimanere dentro la mente di chi le ascolta. Non c’è quasi mai la volontà di comunicare un pensiero, né tanto meno una minima ricerca musicale.

La nostra musica non nasce col fine di piacere a qualcuno, ma scaturisce da una nostra esigenza di espressione, da un’unione che sfocia in musica, più semplicemente da una voglia matta di suonare.

Questa “onestà musicale” mi porta ad essere felice delle mie scelte e felice dei risultati che stiamo ottenendo.

Vincenzo: Portate il vostro spettacolo per le strade, quale differenze trovi rispetto ai concerti su palco? Come cambia il rapporto con il pubblico? 

Fabio: Per strada non c’è un palco che ti pone al di sopra del pubblico, non c’è distacco ed il contatto con la gente è molto più vivo. In strada spesso si fanno incontri eccezionali, si incontrano persone davvero speciali, altre volte ci si imbatte in personaggi allucinanti che a loro modo comunque ti arricchiscono. Sembra di stare dietro le quinte della città. E poi è grazie alla strada e agli incontri che lì scaturiscono che siamo andati a suonare su palchi in Portogallo, a Berlino, a Skopje in Macedonia.

Sicuramente la strada è una grandissima palestra e ti abitua ad affrontare gli imprevisti con una tranquillità del tutto naturale.

Quando suoni sui palchi la gente spesso paga un biglietto per venire a sentirti, quindi si può dire sia più “di parte”, mentre quando suoni in strada devi conquistarti l’attenzione dei passanti e quando si creano spontaneamente cerchi di persone che applaudono alla fine di un pezzo, la sensazione è davvero stupenda.

Vincenzo: Avete qualche progetto particolare per il 2010? 

Fabio: Stiamo preparando il nostro secondo cd e l’entusiasmo è altissimo. Crediamo molto in questo nuovo lavoro, perché sentiamo la nostra crescita e non vediamo l’ora di farla sentire a più gente possibile!

Martina ha scritto diverse canzoni con dei testi davvero di alto livello (questo lo dico io e non pensare sia lei a darsi delle arie!) ed io unirò al suono del didjeridoo diverse percussioni, ed altri strumenti che ora non ti sto ad elencare. È un progetto sicuramente vario e molto stimolante!

Collaboreremo inoltre con il Museo Nazionale di Strumenti Musicali di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, dove organizzeremo diversi seminari di musica etnica con docenti nazionali ed internazionali, come quello di canto armonico tenuto dal maestro vietnamita Tran Quang Hai.

Approfitto di questo spazio per dire che chiunque fosse interessato o volesse informazioni sui corsi o su altri eventi, ci può contattare all’indirizzo mailinfo@tuparuja.com  o visitare i siti www.tuparuja.com

Ringrazio entrambi per la disponibilità e spero di incontrarvi di persona.

Vincenzo Sturla