CD “THE DRUM THE DIDGE” DI ALI ANDRESS

La scorsa estate ho acquistato il CD didattico “The Drum-the Didge”di Ali Andress, comprendente 26 patterns di chiara impronta percussiva (Andress è principalmente un percussionista) suonati dall’autore con il didjeridoo, più due patterns di Didgeridoo solo.

 

Ogni pattern è ripetuto due volte, la prima a tempo veloce, la seconda a tempo lento. La precisione, pulizia, articolazione, esecuzione e dinamica sono notevoli. Soltanto quattro patterns sono suonati in modalità “respirazione circolare” mentre in tutti gli altri sono usati suoni isolati, in alcuni appaiono hoots (anche toots n.d.r.) e suoni vocali.

Si tratta di un lavoro importante, una sorta di studi in un didjeridoo language, nozione che continua in forme diverse da quelle tradizionali e che si conferma cruciale nello studio del didjeridoo e puo’ essere molto utile a chi voglia migliorare la propria tecnica. A questo proposito c’è una sola strada: praticare accuratamente e a lungo i patterns. Accuratamente perché è proprio la precisione dell’articolazione che garantisce la dinamica e la precisione ritmica, per cui è importante praticare anche molto lentamente, ma con i suoni giusti; la velocità si svilupperà quasi da sé. Praticare a lungo significa eliminare eventuali incertezze, e quindi automatizzare in una propria ideale “banca dati musicale” di utili risorse ritmiche.

Ovviamente nulla impedisce a un certo punto di creare i propri patterns, usando sillabe di tutti i tipi, da quelle nel CD ad altre, sia tradizionali sia personali. Tuttavia è facile cadere in un errore di sottovalutazione per cui i patterns possono sembrare troppo facili, e quindi ci si limita a capirli concettualmente senza eseguirli concretamente. E’ vero, i ritmi sono piuttosto semplici, tutti in 4/4 (eccetto il n. 40/41, che ho trascritto in 5/4 ma la cui trascrizione non è completamente convincente) anche se a volte la semplicità è ingannevole perché risulta dalla facilità dell’esecuzione, però come per gli scioglilingua una cosa è leggerli mentalmente, un’altra pronunciarli. Anch’io ho commesso questo errore, finché mi sono accorto che a prescindere da qualsiasi trip mentale la pratica di questi patterns è in effetti molto utile e non così facile.

A questo punto chi voglia mettere in pratica questi aurei consigli potrebbe imparare i patterns oralmente e ripeterli a memoria, con l’aiuto della trascrizione dell’autore, presente nel libretto che accompagna il CD.

Qui i patterns vengono rappresentati mediante una notazione che ricorda un po’ quella in uso nella musica indiana:* in altre parole per ciascun pattern abbiamo le sillabe impiegate, marcate da numeri che ne determinano il piazzamento sui vari quarti (beats) di una battuta.

Questo potrebbe sembrare un modo di semplificare la lettura per chi non conosca la musica, ma in effetti non è molto preciso, e soprattutto si presta a confusione per quanto accade all’interno dei singoli beats. Per chi legge correntemente la musica rimane la sensazione fastidiosa di dover apprendere un altro sistema, per giunta assai meno efficace di quello già conosciuto.

Quando ho deciso di praticare seriamente questi esercizi ho sentito immediatamente la necessità di una trascrizione grafica musicale standard. Ho scelto un pentagramma da percussione (a 3 righi), sul quale ho distribuito i vari suoni a seconda dello spettro armonico delle diverse vocali (ciò dovrebbe facilitarne l’articolazione). Il numero di ritornelli di ciascun patterns in alcuni casi è indicato (a seguire l’esecuzione sul CD), altrimenti è lasciato aperto in quanto non essenziale alla pratica nel senso che ognuno può ripetere un singolo pattern a suo piacimento. Un piccolo consiglio che mi sento di poter dare è di frazionare ulteriormente un singolo pattern, praticandone uno o due beats, sempre allo scopo di ottenere la massima chiarezza dell’articolazione.

Quanto alla conclusione dei patterns, non è indicata e forse non è nemmeno importante (va benissimo una qualsiasi nota lunga o corta, uno hoot, una vocalizzazione).

A volte l’esecuzione dell’autore all’interno di un singolo pattern differisce tra tempo veloce e tempo lento, anche oltre una normale leggera distorsione fisiologica che si produce spontaneamente nel passaggio da un tempo all’altro (qualcosa di simile al fenomeno dello swing nella musica afro-americana). In tali casi ho sempre fatto riferimento all’esecuzione in tempo lento. In alcuni casi si sono rese necessarie correzioni delle stesse sillabe, a causa di ovvi errori di stampa oppure di discrepanze tra la registrazione sonora e il testo.

Per concludere, posso dire che poche ore di lavoro di trascrizione, scrittura e commento

*È bene ricordare che la musica indiana, a differenza di quella occidentale classica, è essenzialmente una musica di tradizione orale: in essa il sistema di notazione è poco più di un ausilio mnemonico, per cui è molto basic e giunge appena a sfiorare le complessità dei vari gat.

Roberto Laneri http://www.robertolaneri.net/