CD “DIDJERIDOO SOLO 2” DI ONDREJ SMEYKAL

Didjeridoo solo 2 riveste un’importanza fondamentale per i suonatori di Didgeridoo soprattutto per chi sta studiando come contestualizzarlo nella musica contemporanea.

Sono pochi gli artisti, che hanno lasciato un certa impronta sulla didge scena in questo tentativo di attualizzazione (Mark Atkins, Charlie Macmahon, Michael Jackson e ovviamente Ondrej Smeykal).

 

La grande forza di questo artista non sta solo nella mimesi dei suoni del didjeridoo in suoni “elettronici” e nella precisione degli accenti, ma è anche un buon compositore.

Dai suoi brani è facile leggere un percorso che conduce verso il cuore del brano e allo stesso tempo riesce a connotarli per caratteristiche specifiche.

Già dalla prima traccia “Hlubokà” si può notare lo sforzo di dividere il suono del didjeridoo in due strumenti , citando senza saperlo (forse) il percorso delle polifonie nei canti di Demetrio Strato; ascoltando bene si nota un ritmo e contemporaneamente una cantilena che ci si appoggia sopra.

Interessante notare che nei suoi pezzi viene molto enfatizzato il respiro, quasi a scopo didattico.

La respirazione è molto importante per i suonatori di Didgeridoo, perché è un espediente che consente di tenere il tempo.

Da “Kolobeh” in poi, Smeykal gioca sul senso di spaesamento che il didgeridoo gli concede alternando la nota fondamentale a voce, overdrive (è una tecnica che consente di alzare la nota della fondamentale), ipertoni (usati non solo come accenti ma anche sostituendoli alla fondamentale) e giocando sui volumi (facendo attenzione a scandire regolarmente il tempo con la respirazione come accade in Messenger).

Riguardo le tecniche utilizzate è molto importante notare che sono tutti spunti presi dagli errori più comuni tra i didjeriduisti alle prime armi.

Con “City” i brani cominciano a prendere connotati più occidentali e un neofita di questa musica potrebbe pensare che si tratti di elettronica e ancor di più questo spaesamento può essere avvertito in “IndianSka”, dove i pezzi cominciano ad essere accompagnati da un filo di elettronica (basi che tengono il tempo, l’uso leggero di effetti come il flanger in “Professor” o una sovraincisione come in “Mulasong”).

Molto frizzante il nono brano dell’album, dal titolo “Monobeat”, il quale a mio parere è la traccia maggiormente attualizza il modo di suonare il didjeridoo in occidente.

In “Ferin” e successivamente in “Kaple” viene impostata la chiusura dell’album in cui le ritmiche lasciano il posto ad un gioco di dissonanze tra la nota fondamentale e le varie intonazioni della voce.

L’evolversi dei pezzi è ben riuscito e in questo cd più che in altri si sente forte la ricerca e, come già accennato all’inizio della recensione, questo è sicuramente un album che merita di essere comprato, ascoltato e studiato da ogni suonatore di didjeridoo.

Christian Muela http://www.christianmuela.it